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RISPERIMENTARE LE METAFORE IN PSICOTERAPIA

RISPERIMENTARE LE METAFORE IN PSICOTERAPIA1

Lucio Demetrio Regazzo

 

1 Titolo originale: Note per una risperimentazione delle metafore sulla morte, 1995, Synhesis,  Piovan Editore, Abano Terme. Rivisto e corretto nel marzo ’12.

ad un Io che, nella situazione di rischio, può muovere innumerevoli metafore per “non morire”. La vita o meglio, l’atteggiamento esistenziale, diventa epigraficamente il nostro modo per sconfiggere l’angoscia di morte.

    Certo, come sarà difficile, nel quotidiano, scorgere in un gesto un atto magico di evitamento tanatofobico, così sarà difficile nel setting terapeutico considerare, interpretare ed elaborare tout court un sintomo o una sindrome come strategia difensiva dall’idea di morire. La difficoltà di legare in un corretto agire terapeutico il sintomo alla morte potrebbe essere una delle cause che ha portato, nella storia dei metodi psicoterapici, a considerare il disagio come espressione di impasses intrapsichiche, familiari o cognitive. E di fatto queste considerazioni sono di più immediata lettura e di più immediata comprensione per il paziente stesso. Non solo: probabilmente sono tutte esatte, ma costituiscono l’evidenziazione di una tappa del processo, non il processo; analizzano uno o più passaggi della strategia esistenziale del paziente, non tutta la strategia. Questa diviene attraverso una serie di trasposizioni significante-significato-significante, dove il momento intrapsichico, il disturbo familiare, l’errore cognitivo possono rappresentare tappe importanti, ma non definire l’essere nel modo di una persona.

    È tutto il processo di metaforizzazione, una volta decodificato, che ci aiuterà a comprendere chi è quell’Io che si propone a noi, cosa fa nel mondo e soprattutto quale strategia esistenziale usa per “non morire”.

    Così il sintomo è un anello di una catena di tentativi che concede spazio all’intrapsichico, al condizionamento, ai rapporti familiari e sociali, ma il cui desiderio ultimo di allontanare l’angoscia, passando di significato in significato, attribuisce agli stessi un valore esorcizzante. Un valore che deve, ovviamente, passare attraverso la verifica della propria funzionalità e, laddove permane l’angoscia, nasce la spinta verso una nuova metafora. Così, dopo la prima separazione-morte = costanza dell’amore-vita, altre trasposizioni che potranno essere lontane, nella loro significatività, dal concetto della prima metafora.

    Ma come per la morte, anche per l’amore, difficilmente scorgeremo in un gesto vitale anche un atto “magico” direttamente rivolto a superare il timore che l’altro ci abbandoni, ci rifiuti.

    In questo consiste la complessità dell’applicazione metodologica: è necessario riportare sintomi e situazioni di disagio, lungo un cammino a ritroso, demetaforizzante, a riacquistare nel soggetto il loro originario significato.

    Consapevolezza delle metafore, dunque?

    Non crediamo che riacquistare il significato delle metafore possa essere solo un lavoro di consapevolezza, perché non crediamo che la consapevolezza coincida con la liberazione.

    Io, paziente, posso, attraverso un minuzioso lavoro interpretativo e razionale, arrivare a conoscere le mie metafore. Allora, attraverso il rapporto psicoterapico, raggiungo il sapere sulle elusioni all’angoscia che ho costruito durante l’arco della vita. Ma è un sapere che si avvicina al Loweniano fare, o forse è ancora meno: ora che conosco, cosa faccio?

    Se per Lowen già il fare significa contrapporsi all’essere, per noi il conoscere, da solo, significa irrobustire, con un’armatura logica, l’impotenza a fare. Non posso neanche fare, non posso neanche contrappormi all’essere; divento finalmente un ammalato che conosce le ragioni della propria malattia e queste ragioni mi convincono che la storia, la mia storia, ha determinato il mio essere nel mondo presente e determinerà il mio futuro: il “Fato”. “Fato” che Lowen definisce come disegnato nel destino individuale a seconda delle modalità con cui è vissuto il complesso Edipico. E ancora, un “Fato” che si deve accettare per poter evitare.

    Anche noi, con Lowen, concordiamo con il riconoscere nell’uomo una sorta di destino che egli cerca di evitare. Un destino non costruito però su conflitti mitologici, come quello edipico, ma su precoci processi relazionali che hanno bloccato l’espressione o la gratificazione di alcuni bisogni. Il blocco e la conseguente spinta a metaforizzare, da una parte, l’imitazione di strategie esistenti. presenti in figure primarie, dall’altra, ci portano a sperimentare sin dall’infanzia metodi relazionali il cui scopo è mantenere costanti e sicuri gli oggetti d’amore. Questi metodi si strutturano, attraverso successive modificazioni, come risposte automatiche a situazioni relazionali nelle quali giochiamo bisogni d’amore che possono essere tanto metaforizzati da non risultare riconoscibili come tali. Quanto più la strategia evita separazioni, tanto più essa sarà rigida ed esclusiva, impedendo al soggetto di agire con maniere alternative. E non contano i costi, l’obbiettivo è così importante che siamo disposti a pagare sofferenza e rinunce pur di evitare il rischio di percorsi nuovi.

    Ovviamente una persona, nel suo movimento esistenziale, è attrezzata con più strategie relazionali, tutte però sottese da un atteggiamento unico che fornisce l’impronta al modo di pensare, comunicare, agire e quindi gratificare.

    Questo è per noi il destino: il “Fato” loweniano diviene, in psicoterapia relazionale, il bisogno consapevole, il bisogno urgente, l’atteggiamento fondamentale, lo stile di presentazione, i meccanismi di fallimento che, concettualmente fusi, definiscono l’atteggiamento esistenziale di una persona.

    Ma è un destino modificabile. Non si piega, forse, alla semplice conoscenza, o all’accettazione, troppo legata alla sublimazione freudiana, o infine alla contrapposizione del ribelle, ma può rinnovarsi con la consapevolezza delle proprie metafore, accompagnata da una risperimentazione dei processi che ci hanno condotto ad esse.

    Se il paziente è una persona che si propone fatalmente con un atteggiamento che percorre sempre le stesse vie, fidando su di esse per trascendere magicamente la propria morte e per evitare, concretamente, separazioni e perdite di oggetti d’amore. Se, per questo scopo, paga costi rappresentati da sofferenze e sintomi, allora il terapeuta dovrà essere una persona che gli permette di tentare vie nuove, rassicurandolo sul procedere dei propri tentativi e riducendo il rischio e l’ansia che una risperimentazione indubbiamente ha e provoca.

    È questo, secondo noi, il fulcro dell’azione psicotrapeutica: stimolare la risperimentazione dell’atteggiamento esistenziale e della sua efficacia gratificatoria, sbrogliando le matasse metaforiche. In questo modo le metafore decodificate hanno possibilità espressive nel reale dirette, consapevoli e scelte fra più alternative.

    La psicoterapia è così possibilità di risperimentazione, una situazione evolutiva dove l’agire del paziente. all’interno della diade terapeutica, deve avere come risultato, oltre alla demetaforizzazione motivazionale e comportamentale, l’appropriarsi di nuove alterative di espressione dell’essere, più soddisfacenti una sana relazione con la realtà. Ciò sino a raggiungere un atteggiamento esistenziale caratterizzato dalla affermazione dei bisogni, nel rispetto dei dati di realtà e della presenza di altri da noi, e dalla capacità di attivare strategie gratificato rie, superando l’angoscia che deriva dal far coincidere affermazione e gratificazione con separazione, perdita, morte.

   Ma al di là dei risultati, la psicoterapia, così intesa e contrapposta al solo sforzo verso la consapevolezza, deve permettere al soggetto di rivivere e riprovare la sviluppo psicoaffettivo, pervenendo nuovamente ad una situazione relazionale diversa e controllata,  attraverso una serie di tappe della propria storia, modificandola, non nella sua realtà trascorsa ma nella sua azione presente, quando la stessa sia dolorosa e fonte di disagio psicologico.

    È quindi necessario che il paziente abbia a disposizione una situazione relazionale ed “ambientale” diversa; e qui inizia il compito dello psicoterapeuta che, salvaguardate le differenti capacità creative, deve rispettare alcune regole per creare le condizioni più idonee ai tentativi di modificazione. Ciò, tenendo sempre presente alla coscienza l’idea che, anche nel rapporto psicoterpeutico, lo sforzo del paziente sarà quello di ottenere amore e considerazione e di salvaguardare l’integrità del proprio Io da una ipotesi di rifiuto. E ancora, ricordando che il raggiungimento di questo scopo significa assicurarsi la sopravvivenza, evitare il proprio morire. Il compito dello psicoterapeuta si esaurisce solo nel momento in cui l’atteggiamento terapeutico, come risposta all’atteggiamento esistenziale del paziente, diventa stimolo per lo sviluppo di un nuovo atteggiamento esistenziale, in quanto risposta del paziente stesso alle strategie del terapeuta. Solo nel momento,quindi, in cui il mio modo di essere terapeuta che risponde al tuo modo di essere paziente, ti porterà ad un altro modo di essere in terapia, dove i costi per “non morire” non siano così alti da trasformare il tuo vivere in un sopravvivere.

 

 

Alcune regole per aiutare il paziente a “non morire”

 

    È opportuno, un po’ scolasticamente, riprendere alcuni concetti e le loro definizioni per inquadrare su fondamentali premesse teoriche la descrizione di una posizione psicoterapica funzionale alla risperimentazione.

Bisogno presentato (o motivo della prima visita): è il bisogno o lo stato motivazionale la cui frustrazione, consapevole al soggetto, produce il disagio attuale. Nelle rappresentazioni del paziente è quindi l’origine del disagio in cui si trova.

Bisogno urgente (o disagio strutturale, squilibrio): è il bisogno che, frustrato ripetutamente in fasi precoci dell’ontologenesi, ha dato vita ad una ramificazione di sequenze metaforiche. A capo di una di esse si trova il “bisogno presentato”.

Bisogno urgente

Comportamento gratificatorio

 

Ostacolo

 

Metafora

Metafora

 

Metafora

 

Ostacolo

 

Metafora

 

Metafora

 

Ostacolo

 

Metafora =

Bisogno presentato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Stile di presentazione: è l’insieme delle modalità verbali, corporee e comportamentali con cui il soggetto comunica i propri bisogni e tenta di gratificarli. Le caratteristiche tipiche e costanti con cui si presenta agli altri, propone le proprie idee, i propri desideri e struttura strategie relazionali per ottenere una relazione  gratificatoria.  È soprattutto attraverso lo stile di presentazione che il soggetto scopre le regole che desidera imporre in una relazione, qualsiasi sia la struttura iniziale.

Ad esempio la struttura a priori di una relazione insegnante-allievo è  che il primo sia in una posizione one-up rispetto al secondo, ma questo non ci garantisce che un insegnante con un forte bisogno di dipendenza non utilizzi strategie relazionali per porre sé stesso one-down rispetto all’allievo.

Atteggiamento nei confronti del bisogno: è l’aspettativa che un soggetto ha rispetto ai risultati delle proprie azioni quando sono rivolte a comunicare o soddisfare un bisogno. Va da sé che i risultati e quindi le aspettative sono contenute entro un continuum i cui poli estremi sono il soddisfacimento e la pienezza da una parte, la frustrazione e l’autosvalutazione dall’altra. Caratteristica dell’atteggiamento nei confronti del bisogno è la sua scollatura dalla situazione specifica: esso costituisce una costante del modo di porsi del soggetto, una caratteristica tipica, legata alle contingenze situazionali più per la forma che per l’essenza.

Meccanismi di fallimento: sono le modalità comportamentali o ideative che impediscono al soggetto di uscire dallo stato di impasse. Vengono descritti dalla verbalizzazione dei processi agenti in ogni tentativo di soddisfare esigenze consapevoli. Se lo psicoteraputa pone una domanda diretta su cosa accade, quando il paziente si attiva per soddisfare un bisogno ritenuto consapevole, inappagato e inappagabile, il paziente stesso risponderà con una descrizione di tutte le sequenze che vanno dalla consapevolezza del desiderio e dello scopo, ai comportamenti agiti e agli ostacoli responsabili del fallimento. L’espressione di queste sequenze permette di penetrare la barriera delle razionalizzazioni sui perché. Risulterà non solo l’idea che il paziente ha delle proprie difficoltà, ma i momenti, le fantasie, le sensazioni con cui decide di rimanere nella sua impasse.

    I cinque elementi appena richiamati sono indispensabili al riconoscimento e alla codificazione da parte dello psicoterapeuta perché  possa formulare “l’ipotesi relazionale” che, come descritto su altre pagine, è il punto di riferimento di ogni intervento terapeutico proprio per la sua stessa struttura.

L’ipotesi relazionale fornisce, infatti, un’idea sulla storia di una persona: i bisogni e gli atteggiamenti genitoriali, l’atmosfera e le difficoltà delle relazioni familiari e della prima socializzazione, i motivi costantemente frustrati, le metafore adottate, le sequenze comportamentali vissute come funzionali ad ottenere gratificazioni e molti altri indici che rappresentano come e con chi quella persona ha vissuto e come e con quali bisogni inespressi sta ora vivendo; quali strategie relazionali usa, quali sono le sue idee, stereotipi e pregiudizi sulla realtà.

    Da un punto di vista tecnico l’ipotesi relazionale è quindi lo stampo su cui formare gli interventi, mentre da un punto di vista ideativo è la fotografia, più o meno a fuoco, dell’atteggiamento esistenziale di una persona, dell’atteggiamento che la fa immaginarsi, sentirsi, viversi e vivere le realtà diverse dall’Io. Ed è quello stesso atteggiamento, nel suo aspetto contro fobico e metaforizzato, che contiene le cause del disagio e i suoi modi di espressione. Ed è sempre l’atteggiamento che deve essere oggetto dell’attenzione terapeutica: difatti se contiene cause e modi del disagio, dovrà modificarsi esso stesso, oltre gli aspetti parziali di personalità, perché l’angoscia si dissolva o si limiti entro livelli non pericolosi per l’integrità psicologica.

    Ma se l’atteggiamento è frutto dell’esperienza storica individuale e se ora l’esperire di quel soggetto, nella stanza di consultazione può avvenire solo attraverso quell’atteggiamento ormai determinato, come è possibile proporre un aiuto? Egli esperirà sempre nel medesimo modo, lo stesso che ha prodotto l’atteggiamento, trovando conferme continue alla propria strategia. Se la mia storia ha prodotto in me un atteggiamento distaccato ansioso depressivo o ribelle, sarà con distacco, ansia, depressione o ribellione che mi atteggerò al mondo sottolineando la mia storia e percorrendo la stessa via.

    Sembra un paradosso: non posso essere diverso da quello che sono perché, per poterlo, dovrei essere diverso da come sono stato. Ma sono Io perché sono stato Io. In effetti è un paradosso dal quale pensiamo si possa uscire solo se lo psicoterapeuta è paradossale; e in realtà a questo si riducono i suggerimenti per aiutare il paziente a “non morire”: assumere, noi terapeuti, un atteggiamento che obblighi il paziente a essere diverso da quello che è stato e a percorrere, quindi, una risperimentazione della propria storia.

Difatti se la storia è fatta di esperienze nel mondo e se nell’hic et nunc della situazione psicoterapeutica è il mondo al quale il paziente si relaziona, allora, nella stessa situazione, con un corretto atteggiamento il terapeuta può costruire un laboratorio di risperimentazione.

 A ciò giunge se le risposte, gratificatorie o frustranti, che invia ai movimenti-stimolo del paziente rendono inefficace l’atteggiamento esistenziale del medesimo, inefficace in quanto non produttivo delle risposte attese. Quelle risposte che la sua storia gli ha insegnato ad attendersi.

    Allora il paziente dovrà rischiare, quasi in una condizione di perdita e di confusione, vie diverse, non usuali, per mantenere l’amore dell’altro: per non “morire”in quel rapporto.

 

 

 

 

 

 

 

La storia di C.

 

    È una giovane donna di 35 anni. In passato ha sofferto di un periodo depressivo con colorazioni anoressiche, durato alcuni mesi e concomitante ad un innamoramento che l’aveva portata a considerare la rottura di un rapporto preesistente, profondo e che, nei suoi progetti, avrebbe dovuto costituire un punto fermo della sua vita.

    Quando iniziò la psicoterapia aveva superato, ormai da tempo, la depressione, troncando la relazione “illegittima” e ricostruendo con pazienza il legame con l’uomo che l’avrebbe poi sposata. Nel corso delle prime sedute  C. mi parlava della sua socialità evidenziando un meccanismo paradossale che si può schematizzare in due momenti, corrispondenti a due modalità espressive:

 

a)      ritiro: in questa fase evitava gli altri; viveva le proprie possibilità sociali entro una cerchia ben ristretta di persone con le quali aveva un legame di parentela o di vecchia amicizia. L’evitamento era particolarmente rivolto ai maschi: i rari rapporti occasionali con questi risultavano superficiali e sfuggenti. In questa fase era iperattiva, sovraccarica e conteneva uno stato depressivo sottostante.

b)      estensione: in questa fase ascoltava la propria voglia di stare con gli altri ma, parallelamente ad un approfondimento dei rapporti, sentiva salire un senso di angoscia, perché: “ho paura che stare con gli altri mi possa portare a tradire mio marito, allora mi richiudo, scappo ed evito di vedere persone”.

 

C. non aveva vie d’uscita: non poteva escludere gli altri, né poteva avvicinarsi a loro, se non in maniera superficiale e, per questo, insoddisfacente.

    Una breve serie di domande strutturate chiarì come mai esistevano solo queste due alternative di vivere la realtà delle relazioni umane:

gli altri erano molto importanti, perché a loro C. chiedeva un riconoscimento del proprio valore, dell’efficacia del suo fare che per lei coincideva con l’essere. Ad esempio, non si permetteva spazi di tempo improduttivi, “spazi per sé” perché gli altri avrebbero potuto giudicarla negativamente, come una persona priva di valore. La verifica del riconoscimento da parte di altri da sé, C. la compiva  attraverso un meccanismo che produceva una situazione perversa:

l’altro invia un messaggio di accettazione solo se si coinvolge totalmente nel rapporto con lei. E il coinvolgimento totale significa la sessualizzazione del legame (nella fantasia della paziente). La sessualizzazione comportava però un conflitto con il bisogno di rispettare le regole monogamiche decise con il marito. Ecco quindi l’insorgere di angoscia.

 

    Partendo dal presupposto che anch’io ero “un altro” che poteva riconoscerla o disconoscerla e dal quale poteva ritirarsi o al quale poteva avvicinarsi, ho ipotizzato una situazione psicoterapeutica che esprimo graficamente:

 

B’   bisogno di riconoscimento

S’    situazione di estensione e sessualizzazione: angoscia

B’’  bisogno di evitare angoscia

S’’   situazione di ritiro e rinuncia alle relazioni

 

 

 

Attiva comportamenti tesi a creare

S’

 


Provoca l’insorgenza di

B’

B’’

Attiva comportamenti tesi a creare

 

S’’’

Provoca dopo un tempo di latenza

L’insorgenza di

  B’

In definitiva, C. che entrava in analisi provenendo da una situazione di ritiro (S’’), frustrante il bisogno di riconoscimenti (B’), avrebbe probabilmente attivato una strategia di avvicinamento allo psicoterapeuta, sessualizzando il rapporto. Ecco che, creata una atmosfera relazionale di contatto, verificabile con fantasie sessuali (S’), C. poteva soddisfare il bisogno più attivo in quel momento, entrando d’altronde in una condizione emotiva di angoscia.

    C’è da dire che ripetute esperienze precedenti avevano creato nella paziente una aspettativa di risposte positive alla propria strategia: muovendosi con quei comportamenti C. era sicura di ottenere quelle risposte e non altre.

    Il problema, in psicoterapia, era quindi l’angoscia: angoscia di sessualizzazione, nel caso di risposte di avvicinamento, angoscia derivante dall’impossibilità di verificare la consistenza del proprio esistere, nel caso di allontanamento.

    L’atteggiamento del terapeuta doveva necessariamente centrarsi su questo sentimento per permettere alla paziente di sperimentare una via diversa:

provare che esisteva ed era “valida”, attraverso l’accettazione da parte di “un altro”, all’interno di una situazione che la proteggesse dall’angoscia e le impedisse, nel momento di avvicinamento, di farsi sommergere dal bisogno di fuggire.

    L’atteggiamento del terapeuta si concretizzò in alcune categorie comportamentali che andavano a intervenire su elementi ideativi o fantastici della strategia esistenziale della paziente e sul suo bisogno di evitare la continuazione del rapporto:

a)      analisi razionale dell’equivalenza: accettazione = coinvolgimento sessuale;

b)      indicazione della paziente dei segnali con cui avrebbe deciso che il terapeuta mostrava interesse sessuale;

c)      dichiarazione esplicita dello psicoterapeuta che il suo lavoro verteva, inizialmente, sul far crescere una sensazione di gestibilità dell’angoscia nella paziente;

d)      paradossi sulla possibilità di interruzione della relazione terapeuta-paziente;

e)      ricerca analogica di quali altri segnali la paziente avesse usato nel corso della vita per verificare l’andamento di una relazione;

f)        tentativi di farle vivere i bisogni aggressivi sottostanti il bisogno sessuale, di cui C. era, in parte, consapevole.

 

    Gli interventi appena descritti costituiscono una parte di quanti si sarebbero potuti escogitare nella situazione. L’aspetto da rilevare è che essi volgono allo scopo di far nascere una realtà di risperimentazione, nella quale entrambi i poli del rapporto sentono che il paziente è nelle condizioni di vivere bisogni e aspetti evolutivi passati con modalità e sensazioni nuove.

 

 

Alcune regole sulle regole

 

Noi auspichiamo, e l’abbiamo sempre fatto, che la psicoterapia sia un momento liberatorio nella storia di una persona; non solo quindi un fatto riparatorio di danni prodotti per accidenti evolutivi, ma una riprogettazione dell’esistenza con l’aiuto di “un altro”. Lo psicoterapeuta, che prima del paziente ha tentato una ricostruzione e una risperimentazione del proprio passato, per evitare che questo lo obblighi ad un futuro predeterminato, dove i bisogni inespressi rimangono tali e gli scopi non visti continuano ad essere esclusi dall’esperienza. Abbiamo, quindi, teso l’attenzione verso una metodologia liberatoria, e proprio per questo, desideriamo accostarci al problema delle contraddizioni in cui si trova l’agire psicoterapeutico. Fra tante, quella già descritta su altre pagine come conseguenza necessaria dell’essere la psicoterapia un prodotto culturale:

“Come elemento costitutivo della Società….. essa non può che risentire dei difetti della Società stessa…..[si] prospettano al cliente un insieme di norme costrittive vasto e complesso; regole del tipo: stanza di consultazione; tempo per seduta ben determinato; frequenza aprioristicamente determinata; “onorario” che costituisce un pagamento in denaro che il cliente deve al terapeuta come compenso a chi accetta la sua devianza; puntualità alle sedute; divieto di taluni comportamenti; posizione fisica del cliente predeterminata;….. [in psicoterapia relazionale] nel tentativo di ridurre quanto più l’insieme di regole…..ci si è dovuti confrontare con dei dati di realtà….. questo esame di realtà ha portato a dover accettare…..:

-         esigenza di incontrare il cliente nella stanza di

    consultazione;

-         tempo determinato delle sedute;

-         pagamento in denaro da parte del cliente” (1).

 

 

(1)-L.D. Regazzo: Morte, amore; principi di vita; Piovan 1982     pag. 157-158.

 

    Allora avevamo definito compromissoria l’accettazione di quelle regole, esprimendo anche scetticismo sull’efficacia realmente liberatoria della psicoterapia.

    Ora, pur continuando a credere che il setting precostituito sia un compromesso deviante dalla situazione ideale per crescere psicologicamente, non riteniamo che la regola psicoterapeutica sia così disturbante da vanificare l’efficacia di un corretto atteggiamento dello psicoterapeuta.

Fermo, ovviamente, il punto che le regole dovrebbero essere solo quelle strettamente necessarie a creare una condizione di serenità per il lavoro dello psicoterapeuta e quindi essere contenute nella definizione di pochi elementi, quali: il luogo d’incontro; il tempo determinato e la presenza di un onorario. Pensiamo che le stesse possano rientrare congruentemente nella strategia relazionale.

    Ciò sulla base di alcune considerazioni. La prima è che le regole non vanno subite né utilizzate per rendere sacrale il rapporto e sacro lo psicoterapeuta. Non subire, quindi non irrigidirsi su un modello aprioristico, ma adattarle a “quel” paziente e a “quella” relazione. Possiamo allora scoprire che un elemento normativo può addirittura divenire strumento terapeutico. Ad esempio quando lo utilizziamo nella comunicazione paradossale o quando gli attribuiamo l’importanza di veicolare un messaggio di accettazione o riconoscimento. Ancora, la regola, in quanto tale, prevede la trasgressione: al paziente, consentendo allora di intervenire sulla ribellione; al terapeuta, consentendo allora di servirsene come segnale di una modificazione nella relazione. Ma scorgere la possibilità di usare positivamente il “contratto”, non deve confonderci nel rischio di farne un altare dietro al quale nascondere la nostra autenticità. Perché allora la pretesa di non vivere l’angoscia del paziente, dissimulati nella neutralità, o la pretesa di venire vissuti come stregoni onnipotenti, diverrebbe un ostacolo insormontabile alla risperimentazione del paziente.

Così egli potrà solo sperimentare la nostra indifferenza e distanza o l’impotenza di un bimbo piccolo al cospetto di un padre grande e perfetto. Non potrà allora misurarsi con il terapeuta, verificando nuove capacità, né cercare di coinvolgersi in un gioco di accettazione-rifiuto, di costanza-separazione, di vita-morte, perché ha dinanzi un intoccabile e onnipotente terapeuta. Potrà solo inchinarsi e metaforicamente continuare a sopravvivere anche in quel rapporto, come nella propria vita.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

DE SAUSSURE F.; Corso di Linguistica Generale, Laterza.

LOWEN A.; Paura di vivere, Astrolabio 1982

MONIN G.; Guida alla Linguistica, Feltrinelli 75

REGAZZO L.D.; Morte, Amore: principi di vita, Piovan 1982

THOMAS L.U.; Antropologia della morte, Garzanti 1976

  

 

17/03/2012 commenti (0)

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