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GLI INTERVENTI PARADOSSALI

GLI INTERVENTI PARADOSSALI -  lezioni di chitarra classica
             Da Russel con il famoso paradosso del barbiere – primi del ’900 – lo studio di questo fenomeno si è molto evoluto ed è entrato nel panorama delle tecniche di psicoterapia............

     
             GLI INTERVENTI PARADOSSALI
Lucio Demetrio Regazzo

Introduzione storica

Da Russel con il famoso paradosso del barbiere – primi del ’900 – lo studio di questo fenomeno si è molto evoluto ed è entrato nel panorama delle tecniche di psicoterapia, essendo considerato uno degli strumenti più efficaci nel produrre modificazioni di comportamenti disfunzionali e ausilio importante per la ristrutturazione della personalità.
Ci riferiamo ovviamente al quel tipo di paradossi chiamati “semantici” e “pragmatici”, non tanto a quelli matematici, statistici, temporali e altri.
Particolarmente, il riferimento è a quelli pragmatici, poiché si attuano in situazioni d’interazione e sono in grado di determinare il comportamento di un soggetto. 
É indubbio che la paternità di queste tecniche in psicoterapia sia attribuita alla Logoterapia; infatti, nonostante antecedenti nelle teorizzazioni di Knight Dunlap e Alfred Adler, é solo con Viktor Frankl, il fondatore della logoterapia, che l’intenzione paradossale giunge a una concettualizzazione sistematica all’interno del paradigma teorico delle terapie esistenziali.
In tutte le applicazioni dell’intenzione paradossale, il sintomo è incoraggiato e inserito all’interno di un contesto umoristico, in cui ne è richiesta l’esagerazione o l’aumento eccessivo della frequenza con cui si presenta.
In seguito, l’utilizzo di queste tecniche viene approfondito dai ricercatori del Mental Research Institute nel campo della schizofrenia e dall’Institute for Family Studies di Milano nell’ambito dell’anoressia.
Viene poi integrata nella teoria del doppio legame da Bateson e dai suoi collaboratori, con ampie dimostrazioni cliniche sulla sua efficacia.
Da un punto di vista sperimentale, sono i comportamentisti a fornire le prove più convincenti circa la sua reale portata terapeutica, presentando un’ampia serie di studi e ricerche.

L’intenzione paradossale

       Secondo Frankl centrale sarebbe l’attivazione dell’“iperintenzione”, cioé lo sviluppo, grazie alla prescrizione paradossale, di tentativi estremi di raggiungere gli obiettivi che interferirebbero con il raggiungimento degli stessi, ad esempio nel provocarsi un attacco di panico o un qualunque altro sintomo.         
        L’iper-intenzione agirebbe, infatti, sull’ansia anticipatoria, cioè la preoccupazione e l’attivazione psicofisiologica che precedono il raggiungimento di un obiettivo che l’individuo ritiene fondamentale, e che Frankl riteneva essere legata molto spesso al mancato raggiungimento di essi e al conseguente sviluppo di sintomi psicologici.
        Inoltre fondamentale sarebbe l’aspetto legato allo humor, in grado di ridurre l’ansia e il panico, e di portare a una sdrammatizzazione del problema e a una diminuzione dell’intensità e della gravità auto-percepita dal soggetto. Secondo alcuni autori tale interpretazione è molto importante, ma d’altro canto sembra limitarsi ai casi in cui è specificatamente coinvolta l’ansia anticipatoria (es.: paura della paura; insonnia).
L’intenzione paradossale è stata, in seguito, modificata da autori (Längle A., Regazzo L.D., 1982-1986) successivi che l’hanno utilizzata in modo non prescrittivo: la produzione del sintomo é indicata come una possibilità e non come evento necessario; il comportamento disfunzionale può presentarsi, oppure no e non vi è l’invito a ridere di se stessi. Ora è utilizzata in modi alternativi da psicoterapeuti di scuole diverse.

Il Doppio legame

La situazione paradossale studiata e sperimentata dal gruppo di Palo Alto, si struttura a determinate condizioni e con specifici messaggi: la relazione deve essere di grande intensità, avere cioè un valore significativo per la salvaguardia dell’integrità fisica o psicologica del soggetto, questa intensità si configura nelle aspettative di aiuto o guarigione che il paziente rivolge al terapeuta; la comunicazione terapeutica deve contenere contemporaneamente:
a. un messaggio che rinforza il comportamento (sintomo) che il paziente
vuole modificare; 
b. un messaggio indicante l’efficacia del rinforzo ai fini del cambiamento,            con quest’ultimo messaggio s’inizia a creare il doppio legame, in quanto paradossalmente si dice al paziente di non cambiare;  
c. la strutturazione di un setting che impedisca al paziente di chiudersi in se  stesso o di chiedere spiegazioni e commenti sulle formulazioni verbali inviate, perché questo destrutturerebbe il paradosso.

Il controllo sulla relazione

Il controllo sulla relazione consente allo psicoterapeuta di guidare il rapporto con il paziente in ogni momento del processo terapeutico: di avere, cioè, una posizione one-up per prevenire, modificare o determinare alcuni comportamenti disfunzionali del cliente.
Il controllo della relazione non è da intendersi come un’assunzione di potere nei confronti del paziente senza una motivazione pragmatica; esso difatti è funzionale a provocare reazioni positive da parte del soggetto.
Un grande maestro di questa strategia è stato Jay Haley il quale utilizzava una terapia pragmatica, creativa e provocatoria per portare il cliente a reagire alle situazioni d’impasse. Pur non avendo una teoria della terapia – e ciò è stato un limite del suo approccio – era certamente uno degli psicoterapeuti più efficaci.
Una sistematizzazione teorica la dobbiamo a Watzlawick del quale ricordiamo il volume “La pragmatica della comunicazione umana”.

Stato dell’arte

Esistono diverse modalità di applicazione del paradosso (tipologie), cosi come esistono due principali setting relazionali.
Le tipologie sono:
1. prescrizione del sintomo: è l’intervento paradossale più conosciuto, tanto che talvolta i due termini sono utilizzati in modo interscambiabile; il cliente è invitato ad aumentare la frequenza e l’intensità del sintomo;

2. restraining; le tecniche di restraining sono quelle volte a scoraggiare o a proibire apertamente ogni tentativo di cambiamento – ad esempio, lo scetticismo circa la remissione dei sintomi; la prescrizione delle ricadute; la raccomandazione di “andare piano” nel processo di guarigione –;

3. positioning; è una tecnica mediante la quale il terapeuta concorda o anche esagera una concezione negativa del paziente su se stesso, elicitando da parte dello stesso una difesa delle proprie caratteristiche;

4. reframing; il reframing/ricontestualizzazione consente di alterare la rappresentazione interna di qualcosa, mutando una situazione negativa in positiva e consentendo uno stato d'animo più ottimista e produttivo.
Sono due le modalità di reframing utilizzate in psicoterapia, una é la ricontestualizzazione del contesto; la  seconda è la ricontestualizzazione del contenuto.



I  Setting relazionali sono:
1. compliance-based (basati sulla cooperazione) che utilizzano la volontà del cliente di seguire le istruzioni del terapeuta;

2. defiance-based (basati sulla sfida) che sfruttano la resistenza del cliente nei confronti del terapeuta.


Prospettive future

Le strategie paradossali sono divenute nel tempo strumenti preziosi nel trattamento di molti disturbi, nonostante i meccanismi terapeutici ne rimangano ancora oscuri; riteniamo inoltre che molte altre applicazioni di queste tecniche possano ancora essere sviluppate.
Auspichiamo un aumento delle ricerche che considerino sia il loro utilizzo, sia aspetti secondari che devono essere ridefiniti: ad esempio, alcuni autori hanno abbozzato un tentativo di sviluppare un’etica nell’utilizzo dell’intervento paradossale, ridimensionandone la natura coercitiva, mentre altri hanno posto l’accento sulla necessità di studiare, piuttosto, le modalità per renderla il più efficace possibile, all’interno di una relazione terapeutica maggiormente ricercata e di un consenso informato. Vi è poi chi rileva i modi per rendere i terapeuti sempre più competenti nell’utilizzo del paradosso, riducendone cosi massimamente gli eventuali effetti collaterali. Viceversa chi sostiene che tale tecnica coercitiva impedisce di comprendere la struttura di personalità del soggetto.  Riteniamo utile, inoltre, che la ricerca si focalizzi in futuro sui metodi più efficaci di implementare e di presentare gli interventi paradossali al paziente. Così come é stato fatto con uno studio che ha analizzato la percezione del paziente nei confronti del terapeuta solito a intervenire paradossalmente e il grado in cui tali interventi sono ritenuti accettabili.
Tale studio ha osservato che l’utilizzo di tecniche paradossali non influenza negativamente la percezione dell’atrattività, dell’esperienza e dell’affidabilità del terapeuta; d’altro canto, le direttive paradossali, nonostante non fossero ritenute inaccettabili, erano ritenute comunque, meno accettabili delle direttive non paradossali.
Gli autori quindi terminano rilevando la necessità di definire criteri per rendere i paradossi accettabili dal paziente tanto quanto le direttive non paradossali. E infine, è importante che gli studi approfondiscano le relazioni che intercorrono tra le diverse modalità di realizzazione dell’intervento paradossale e le caratteristiche del soggetto così come gli specifici disturbi.
In definitiva, riteniamo che la futura ricerca per quanto riguarda, per quanto concerne questa area, debba prendere in considerazione alcuni aspetti primari: nuovi ambiti di applicazione; aspetti etici; massimizzazione dell’efficacia e preparazione del terapeuta; minimizzazione degli effetti collaterali; modalità di presentazione dell’intervento al paziente; relazione delle diverse modalità dell’intervento (prescrizione, reframing, positioning, restraining) con le diverse caratteristiche dei sintomi e dei pazienti; possibilità d’integrazione della tecnica paradossale con strategie provenienti da approcci diversi.


©Cleup  Editore. Padova


16/02/2012 commenti (0)

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