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BAMBINI, MORTE E LA SCUOLA CHE LI IGNORA

BAMBINI, MORTE E LA SCUOLA CHE LI IGNORA -  lezioni di chitarra classica

L’ISTRUZIONE SCOLASTICA NELL’ACQUISIZIONE DEL CONCETTO DI MORTE NEL BAMBINO

L’ISTRUZIONE SCOLASTICA NELL’ACQUISIZIONE DEL CONCETTO DI MORTE NEL BAMBINO

 

Lucio Demetrio Regazzo e coll.

 

 

 

 

 

 

    Il tema della morte e della propria morte può apparire sotto certi aspetti un argomento a contenuto squisitamente filosofico visto che individualmente ce se ne occupa quando muoiono persone affettivamente vicine o si giunge sul punto di morire.

    Se però consideriamo il fenomeno dal punto di vista esistenziale, particolarmente di Heidegger e Jaspers, dobbiamo pensare che l’angoscia di morte è un sentimento sempre presente al vissuto e all’esperienza della persona; quindi la vita non può prescindervi e, anzi, ne viene significativamente informata.

    Occorre dunque che l’essere vivente in fase di sviluppo venga adeguatamente sostenuto nella consapevolezza di questo sentimento, in maniera che l’esistenza trovi un significato positivo proprio all’interno dei suoi limiti temporali.

    Tuttavia, più volte e più Autori, come si legge in Regazzo (1), portano la nostra attenzione su un panorama socio – culturale in cui gli approcci dei bambini ai problemi della morte vengono dagli adulti evitati o affrontati in maniera distorta e difensiva; emerge un orientamento tanatofobico che lungi dal fornire modalità per far fronte alle angosce relative alla morte e al morire, le mantiene e le alimenta.

    Volendo capire meglio come la società contemporanea si pone il problema abbiamo organizzato questa ricerca per individuare quali strumenti educativi i bambini hanno a disposizione per comprendere la morte come accadimento necessario ed inevitabile anche per la propria persona.

    La ricerca è organizzata su tre ordini di considerazioni:

1. l’assenza nella tradizione culturale occidentale di una pedagogia della  

    morte che abbia solide basi antropologiche e ideologiche (2/3),

2. l’atteggiamento tanatofobico che origina l’assenza di una educazione

    alla morte,

3. l’importanza dell’educazione nel perpetuare sia l’assenza di educazione

    tanatologica sia l’induzione di aspetti tanatofobici nel bambino e

    nell’adulto.

    L’obiettivo viene definito mediante una serie di capisaldi volti a verificare quanto una categoria particolare di adulti, gli insegnanti, hanno nozione:

1. della fascia media di età in cui il bambino acquisisce la comprensione

    della morte come evento irreversibile della persona riguardante anche

    la propria,

2. del modo con cui la rappresenta e la descrive a sé e agli altri,

3. dell’età nella quale giunge a collegare la morte con fatti biologici.

Inoltre:

4. se e con quali modalità descrittive viene fornito il concetto di morte al

    bambino,

5. se la tematica è oggetto di discussione tra gli insegnanti,

6. quale viene ritenuto l’agente più adatto a fornire al bambino

    un’acquisizione del concetto di morte.

    Come fonte di acquisizione dei dati la scelta è stata orientata verso gli insegnanti delle scuole elementari: questi infatti sono figure sociali in relazione con i bambini nella fascia di età in cui acquisiscono il concetto di morte.

    Inoltre, quali figure istituzionali aggregate, gli insegnanti presentano già una struttura definita a cui rivolgere le richieste.

    Per la realizzazione vi è stata la necessità di chiedere la collaborazione a due categorie di interlocutori; i direttori didattici e gli insegnanti. E’ stato quindi necessario superare due filtri che hanno notevolmente ridotto il numero dei soggetti del campione testato rispetto alle aspettative con cui la ricerca era iniziata.

    I Direttori Didattici contattati a Padova e provincia sono stati 31; 4 di questi hanno risposto negativamente. Per gli altri 27 vanno distinte due situazioni:

a) risposta positiva,

b) risposta negativa da attribuire al consiglio degli insegnanti.

    Nella situazione b) si sono collocati 3 circoli didattici.

    La disponibilità alla collaborazione si è quindi ridotta a 24 circoli didattici sui 31 contattati.

    La seconda fase della ricerca, quella della proposta del questionario, ha seguito vie diverse; alcuni direttori didattici hanno organizzato l’incontro tra insegnanti e ricercatori in sede di Consiglio di Circolo, in cui i ricercatori potevano entrare in contatto contemporaneamente con tutti gli insegnanti appartenenti allo stesso circolo; altri direttori hanno consigliato di seguire un procedimento più elaborato, di contattare il capogruppo di ogni singola scuola e stabilire quindi degli appuntamenti diversi per ogni plesso.

    Complessivamente hanno partecipato alla ricerca, accettando e compilando il questionario, nr. 239 insegnanti.

    E’ opportuno, come primo commento, rilevare che, pur riconoscendo che la percentuale dei dinieghi da parte delle Direzioni Didattiche sia quantitativamente poco significativa, va considerato particolarmente rimarchevole che un’opposizione all’indagine sia giunta da livelli dell’istituzione scolastica inseriti nel ruolo di garanti dell’istruzione pubblica. Le spiegazioni possibili, che evitino il rischio di essere polemiche e di rappresentare ipotesi non solo insostenibili sul piano dei dati oggettivi ma pure su quello della razionalità, possono essere quasi certamente ricercate tra quanto abbiamo già detto sugli aspetti tanatofobici personali e culturali.

 

 

Il questionario

 

    La scheda era composta da una sezione finalizzata al raccoglimento dei dati relativi al singolo soggetto del campione e da sei domande di cui la 1^, 3^, 4^ e 5^ con sub-quesiti; il test era formato seguendo il metodo del questionario con domande a risposta aperta ma riconducibile a categorie concettuali predisposte, prima di analizzare le risposte degli insegnanti.

    Come si è già accennato, dove la situazione lo ha permesso, il questionario è stato rivolto agli insegnanti prevalentemente con il metodo della presentazione a gruppi, per cui i soggetti che consentivano al test venivano raccolti in un’aula, veniva loro illustrato lo scopo della ricerca, venivano date le indicazioni per la compilazione del modulo contenente il questionario e veniva posta la consegna della singolarità delle risposte, che non dovevano avvenire con scambio di pareri ma solo secondo la propria esperienza didattica e conoscenza personale.

 

IL CAMPIONAMENTO

 

 

    Il campione è rappresentato dai 239 insegnanti che hanno accettato di collaborare alla ricerca. Non si può tuttavia considerare il campione stesso come rappresentativo della popolazione “insegnanti della scuola elementare” poiché nel procedimento di campionamento sono intervenute diverse variabili di selezione che fanno pensare il gruppo oggetto dell’indagine dotato di caratteristiche specifiche che lo distinguono dalla più complessiva categoria degli insegnanti.

    Considerando l’alto numero di rifiuti a compilare il questionario proposto, si è cercato di comprendere quali fossero i fattori determinanti la scelta di collaborare o meno.

Occorre innanzitutto precisare che:

a) ai soggetti non era richiesto un aggravio di lavoro, poiché il tempo per

    l’esecuzione del compito veniva ricavato all’interno del normale orario

    di lavoro;

b) l’apprensione per un eventuale giudizio negativo da parte dei ricercatori

    o dei colleghi, quindi la variabile “ansia dell’esame”, era stata ridotta

    con la garanzia dell’anonimato;

c) i ricercatori si presentavano agli insegnanti con una regolare

    autorizzazione della direzione didattica o, addirittura, dopo una

    presentazione fatta dai direttori stessi: in questo modo si è eliminata la

    variabile “diffidenza”.

D’altronde è stato necessario presupporre ed accettare l’esistenza di variabili presenti, ma che non si potevano in alcun modo controllare quali:

a) l’insegnante poteva rifiutare la consegna per esprimere una opposizione

    non tanto alla ricerca quanto alla Direzione che la caldeggiava; si è

    pensato che la ricerca potesse costituire un’occasione per manifestare

    aggressività inespressa verso l’autorità;

b) l’insegnante poteva essere consapevole di una propria mancanza di

    conoscenze e, pur con la garanzia dell’anonimato, aver emotivamente

    respinto una situazione nella quale avrebbe fornito una prestazione

    scadente;

c) reazione emotiva negativa al tema della morte;

d) rifiuto come operazione difensiva non della propria persona, ma della

    categoria “insegnanti” che veniva esaminata da “estranei” al gruppo

    insegnanti.

    Tuttavia le considerazioni esposte sulle variabili intervenute, all’interno  o fuori del controllo dei ricercatori, portano a supporre che l’elemento fondamentale della selezione del campione abbia determinato una distorsione dei risultati in senso migliorativo; infatti avrebbero partecipato all’indagine insegnanti con:

a) un buon rapporto con le diverse componenti dell’ambito scolastico,

b) una capacità di affrontare il tema della morte,

c) una rappresentazione positiva di se stessi rispetto alle conoscenze sulla

    pedagogia della morte,

d) una capacità di vivere l’estraneo come collaboratore e non come

    invasore.

I risultati andrebbero perciò letti con una certa cautela e soprattutto con

l’avvertenza che ci sono alte probabilità che il quadro delle conoscenze che gli insegnanti hanno attorno ai vissuti, alle rappresentazioni e alle acquisizioni cognitive dei bambini sul morire e sulla morte sia un quadro ottimistico.

    Comunque la consistenza delle risposte ottenute consente di aver un’idea di come tutta la tematica viene gestita dall’ambiente, dalla scuola e dalla famiglia, in un’area che anche se non si può ritenere abbastanza larga da essere significativa a livello regionale o in qualche modo rappresentativa di un largo contesto geografico, tuttavia può essere ritenuta rappresentante di un orientamento socio – culturale di tipo occidentale tipico verso il tema.

 

 

CARATTERISTICHE DEL CAMPIONE

 

    Nelle tabelle che seguono sono riportate le caratteristiche del campione relative a:

- sesso

- età

- figli

- titolo di studio

- anni di insegnamento

- materie di insegnamento

 

 

 

- sesso

 

    Su 239 insegnanti, 224 hanno indicato a quale sesso appartengano.

    Come si osserva nella tabella 1 i 224 insegnanti che a loro volta hanno indicato a quale sesso appartengano sono così distribuiti: maschi 12 equivalenti al 5,36% e femmine 212, cioè il 94,64%.

    Il rapporto complessivo medio riscontrato all’analisi del personale delle varie scuole e rapportato a quanto verificato presso le Autorità scolastiche mostra che gli insegnanti maschi ammontano mediamente al 5,13% del personale docente. La lieve differenza, dello 0,23% in più a favore del nostro campione, non altera significativamente le proporzioni. Dunque se ne può affermare che per quanto attiene la suddivisione degli insegnanti maschi e femmine il nostro campione è rappresentativo della popolazione.

 

                                                

SESSO

totale   

percentuale

 

Maschi

12

5,36

 

Femmine

 

212         

94,64                            

Non risponde

 

15

6,28

 

Totale

 

224

                        100

 

         

Tabella 1

 

- età

 

    L’età indicata su 218 schede e la sua distribuzione all’interno del campione viene rappresentata dalla tabella 2. Questo dato è stato inserito nell’ipotesi che potesse esistere qualche correlazione tra età e tipo di risposte alla 1^ e 2^ domanda. L’attesa era che gli insegnanti, particolarmente quelli compresi nella terza fascia di età, dimostrassero maggiore sensibilità al tema. Ma non vi è stata riscontrata alcuna differenza significativa. E’ importante comunque da un punto di vista descrittivo poiché insieme ad alcuni altri elementi che vengono poi, quali titolo di studio, materia di insegnamento e presenza o meno dei figli, ci aiuta a comprendere nel suo complesso le caratteristiche del campione che abbiamo analizzato e anche quali atteggiamenti sarebbe lecito aspettarsi alla luce della funzionalità dei ruolo che vengono svolti.

 

 

ETA’

 

totale

percentuale

21-30

 

41

18,81

 

31-40

 

89

40,83

41-50

 

62

28,44

51-61

 

26

11,93

non risponde

 

21

9,63

totale

 

218

100

Tabella 2

 

 

- figli

 

    Un’altra variabile considerata l’esperienza di maternità – paternità; alla domanda sulla presenza di figli nella propria esistenza hanno risposto 223 soggetti dell’intero campione, i cui dati sono riassunti nella tabella 3.

    Dalla tabella risulta che 147 soggetti dei 223 che hanno fornito il dato, equivalenti ad una percentuale del 65,92%, sono genitori oltre che insegnanti.

    La presenza di figli assume significato, particolarmente se essi sono nell’età che stiamo trattando, poiché la loro realtà può aver messo l’insegnante in ogni modo già in contatto con il tema dell’acquisizione del concetto di morte, a prescindere dalla risposta che è stata conseguentemente offerta ai bambini. Inoltre, permette di definire il campione anche come “campione di genitori”.

    Ma correlando questo dato con quelli della 1^ domanda e con quelli dell’ultima che vedremo più avanti, scopriamo che per lo più neanche dai genitori i bambini ottengono le informazioni di cui hanno bisogno sul tema della morte; la correlazione è minima tale da essere insignificante.

 

 

FIGLI

 

totale

Percentuale

0

 

76

34,08

1

 

62

27,80

2

 

66

29,60

3 o più

 

19

8,52

totale

 

223

100

Tabella 3

 

 

- titolo di studio

 

    Come si può osservare nella tabella 4 del campione 219 insegnanti hanno indicato il titolo di studio posseduto, permettendo così di verificare che nel campione stesso i laureati costituiscono il 19,18% a fronte del 80,82% degli insegnanti in possesso del diploma di maturità.

    Come per l’età, si è voluto verificare l’esistenza di una correlazione tra il titolo di studio e il tipo di risposta,, immaginando che le diverse esperienze culturali avessero potuto produrre delle diversità di approccio ai vari temi dell’esistenza. Non è stato possibile tuttavia riscontrare alcuna correlazione tra il titolo di studio posseduto e l’approccio tenuto verso i temi della morte.

 

 

 

 

 

TITOLO DI STUDIO

 

totale

Percentuale

laurea

 

42

19,18

maturità magistrale

 

144

65,25

maturità

 

33

15,07

totale

 

219

100

Tabella 4

 

 

- anni di insegnamento

 

    Dell’intero campione hanno fornito il dato 225 soggetti, il cui rilevamento è rappresentato nella tabella 5.

    L’anzianità professionale, a sua volta, è uno degli indici generalmente più importanti poiché può rappresentare maggiori possibilità di aver avuto a che fare con le richieste esistenziali tipiche dei bambini ed in particolar modo relative al tema che stiamo trattando.

    E’ significativo che il 68,44% degli insegnanti del nostro campione ha più di dieci anni di esperienza di insegnamento, che unito all’età dei singoli, con il 81,19% dei soggetti di età superiore ai 30 anni, indurrebbe a pensare che la gran parte del campione possa essere in possesso della maturità personale e professionale sufficiente a offrire ai bambini il sostegno e le risposte che occorrono loro circa il tema della morte. Ma anche qui nessuna correlazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANNI INSEGNAMENTO

 

totale

Percentuale

1-10

 

71

31,56

11-20

 

91

40,44

21-30

 

55

24,44

31-40

 

8

3,56

totale

 

225

 

100

Tabella 5

 

- materie di insegnamento

 

   La tabella 6 riporta i dati delle materie in cui rispettivamente ogni insegnante svolge la propria attività.

    La richiesta di indicare la materia di insegnamento è stata inserita nel questionario soprattutto per poter isolare un sottocampione formato da soggetti a cui spetta l’educazione antropologica e religiosa. Sono questi infatti quelli maggiormente responsabilizzati verso una pedagogia che affronta i grandi temi dell’esistenza, tra i quali vi è indubbiamente anche quello di morire e della morte. E’ parso quindi di significativo interesse andare a valutare, in un paragrafo a parte, le risposte degli insegnanti con l’aspettativa che quelli di religione e di materie antropologiche che, più degli altri, sono a contatto con temi afferenti la vita e i suoi percorsi esistenziali dessero risultati diversi. Ma anche qui non è stata verifica alcuna correlazione che permetta di inferire che i bambini all’interno di queste materie possano trovare conforto al bisogno di sapere.

 

 

 

 

 

 

 

 

MATERIE INSEGNAMENTO

 

totale

percentuale

 

antropologia

 

52

23,96

italiano

 

78

35,94

matematica

 

58

26,73

religione

 

8

3,69

sostegno

 

21

9,68

totale

 

217

100

Tabella 6

 

 

- prima domanda

 

    Il primo item riguardava l’età di insorgenza dell’idea della morte, intesa come evento irreversibile e generale, riguardante cioè anche la propria persona.

    Le risposte raccolte e indicate numeramente all’interno di quattro categorie indicano che circa il 35% degli insegnanti è a conoscenza della fascia d’età in cui il bambino si appropria del concetto di morte con gli elementi cognitivi della irreversibilità e dell’autoriferimento.

    I dati di maggior preoccupazione che emergono dall’analisi del primo esito sono due:

a) il 16% dei soggetti non risponde alla domanda dimostrando di non

    possedere cognizioni sul tema trattato o di considerare le proprie

    conoscenze poco certe e quindi non affidabili;

b) il 26% degli insegnanti intervistati ritiene che rappresentazioni, vissuti

     e conoscenze sulla morte non riguardano il bambino in età scolare e

     che solo più avanti, nella preadolescenza, compaiano inquietudini e

     quesiti rispetto alla irreversibilità del morire e rispetto alla universalità

     dell’evento.

Nella tabella 7 sono riassunti i dati complessivi. Tutta la letteratura sull’argomento comunque concorda con quanto riassumono Canestrari e Campione (4).

“Dal 7’ anno vita il bambino sa già che tutti gli uomini muoiono e comincia a rendersi conto che tale evento riguarderà anche i propri cari e lui stesso, finchè al 9’ anno sarà in grado di mettere in relazione la morte con l’invecchiamento biologico”.

 

1^ DOMANDA

 

totale

percentuale

< 7

 

54

22,59

7 - 9

 

83

34,73

> 9

 

63

26,36

non risponde

 

39

16,32

totale

 

239

100

Tabella 7

 

 

- seconda domanda

 

    Ginette Raimbault, nel precisare i modelli logici con cui i bambini si rappresentano la morte, scrive:

    “La morte è definita come scomparsa dal campo visivo e localizzazione

    in un luogo specifico (bara, carro funebre, tomba, sepoltura, cimitero),

    che significa morte. Il morto viene descritto: ha cessato ogni attività

    psichica e fisiologica, ha perduto la motricità, la vista e l’udito; non

    sente più, dorme, non pensa più; non sa niente, non è niente (5)”.

    Secondo l’autrice i bambini utilizzano due categorie tematiche per

    descrivere agli altri e a se stessi la morte:

    a. scomparsa dal campo visivo del defunto e sua localizzazione in un

        luogo inaccessibile alla vista;

    b. cessazione nel morto di ogni attività sensoriale e comportamentale.

    Seguendo le indicazioni appena riportate abbiamo condotto un’analisi tematica delle risposte fornite dagli insegnanti alla seconda domanda, attribuendo alle stesse le seguenti variazioni:

1. a-si quando nella risposta compariva il concetto di scomparsa e

    localizzazione del defunto in luogo inaccessibile alla vista;

2. b-si quando la risposta conteneva il concetto di cessazione di ogni

    attività vitale;

3. si quando l’insegnante forniva una definizione in cui venivano

    evidenziati entrambi i concetti.

    Con tale procedimento abbiamo ottenuto le tabelle 8, 9, 10.

 

 

a-si

 

54

22,59

a-no

 

148

61,92

a-non risponde

 

37

15,48

Tabella 8

 

 

b-si

 

47

19,67

b-no

 

155

64,85

b-non risponde

 

37

15,48

Tabella 9

 

 

si a/b

 

20

8,37

altre

 

182

76,15

non risponde

 

37

15,48

Tabella 10

 

L’analisi della tabella 10 ci dice inoltre che solo 20 soggetti su 239, pari all’8,37% dell’intero campione esaminato, hanno mostrato di conoscere in un modo completo e corretto le configurazioni rappresentative con cui il bambino pensa alla morte, tanto da essere in grado di entrare in comunicazione con lui su questo tema.

    E’ apparso interessante ed utile per un’analisi completa sul tema dell’indagine andare a verificare la correlazione esistente tra le risposte corrette alla prima domanda e le risposte corrette alla seconda. In sostanza si è andati a verificare quanti degli insegnanti che erano a conoscenza dell’età di insorgenza e di acquisizione del concetto di morte nel bambino, fossero anche a conoscenza dei modi in cui questo si rappresenti e viva la morte.

    La premessa a questa verifica consisteva nella considerazione che per parlare ai bambini sul tema della morte e sostenerli nell’acquisizione di un sostituto di esperienza non sia sufficiente sapere quando ne hanno nozione, ma è anche necessario possedere il linguaggio delle loro rapprentazioni e dei loro vissuti. Solo la compresenza delle due conoscenze consente di attribuire ad un educatore la possibilità e i mezzi per essere uno strumento pedagogico utile a questo.

   Per verificare questa correlazione, è stato isolato il sub-campione degli 83 soggetti, il 34,73% del gruppo, che avevano indicato correttamente come fascia di età in cui è acquisito il concetto di morte il periodo tra i 7-9 anni, ed abbiamo confrontato le loro risposte al secondo item. E’ emerso che sull’intero campione solo 7 insegnanti avevano fornito risposte corrette sia al primo che al secondo item. La percentuale, rispetto al campione complessivo, dato che interessa maggiormente, è di appena il 2,93%, come appare nella tabella 11.

 

 

si a/b - 79

 

7

2,93

altre

 

193

80,75

non risponde

 

39

16,32

Tabella 11

 

 

                                                                                                                    

    Quindi solamente una percentuale stimata sotto il 3% del campione ha mostrato di possedere le conoscenze base per parlare della morte ai bambini della scuola elementare.

    Non è dato in questa sede di sapere naturalmente se i sette insegnanti così individuati abbiano una personalità ricca di motivazione ed equilibrio per farlo, aspetti che andrebbero cercati diversamente.

    Questi esiti hanno un po’ sorpreso in quanto i ricercatori certamente si attendevano carenza di informazione, disconoscenza e paura intorno ad una tematica così delicata, ma non avevano anticipato in ipotesi una situazione negativa così netta.

     D’altronde, non è lo stupore dei ricercatori che va argomentato, bensì una preoccupazione oggettiva di membri appartenenti ad una società che propone come assi di trasmissione della tradizione culturale educatori disarmati rispetto alle grandi tematiche esistenziali.

 

 

ANALISI DEGLI ULTERIORI DATI DELLA RICERCA

 

    Se si fosse potuto impostare il questionario dopo aver conosciuto i dati delle prime due domande, probabilmente avremmo ridotto il numero degli items ai primi due. Difatti le risposte alle domande successive risultano scontate dopo la lettura degli esiti sulle conoscenze del campione relative all’età di insorgenza e ai modi di rappresentazione dell’idea della morte.

    Continuiamo comunque a presentare e a discutere le percentuali successive perché l’indagine venga rappresentata nel modo completo che riflette le intenzioni iniziali dei ricercatori.

    Per quanto possibile questi ulteriori dati saranno correlati con quelli già discussi alla prima e seconda domanda e, eventualmente, con la situazione esistenziale dei soggetti del campione.

 

 

- terza domanda

 

    Viene omessa la discussione delle risposte alla domanda nr. 3: “In quale fascia di età il bambino riesce a legare la morte a cause biologiche?”, poiché questa aveva la funzione di agire di controllo di definizione per le risposte alla prima domanda. Le risposte a questo item, ed alle relative sub-domande, o di conferma di quanti già affermato dal soggetto circa l’età in cui il bambino prende possesso del concetto di morte come evento irreversibili e riguardante la propria persona. Aggiungiamo che come rilevava Nagy sin dal 1948 – e come già confermano ricerche successive – “Dal 9’ anno di vita in poi la morte viene collocata tre le leggi biologiche”(6)

 

 

- quarta domanda

 

    Questa, insieme alle successive, ha manifestato una funzionalità particolarmente in riferimento ai soggetti che alle precedenti avevano mostrato sensibilità e cognizione. Lo scopo che i ricercatori si ponevano era di acquisire una panoramica delle possibilità descrittive con cui più frequentemente i bambini vengono posti a conoscenza della morte e delle sue cause.

    Anche se la domanda era posta in maniera che ne venisse fornita solo una risposta a scelta tra 4 aree caratterizzanti, molti soggetti hanno indicato più di una modalità, a volte anche incongruenti tra di loro, come una spiegazione realistica insieme ad una spiegazione magica.

    Nella tabella 12 abbiamo rappresentato tutti i dati relativi a questa e ai sub – quesiti e li abbiamo posto a confronto con il campione nel suo complesso.

    Considerando che molti soggetti hanno fornito più di una risposta, abbiamo un totale di 299 risposte e 22 non risposte sul campione complessivo di 239 soggetti; più precisamente abbiamo riscontrato 92 risposte riferite alla “spiegazione religiosa”, 189 risposte riferite alla “spiegazione realistica”, 8 riferite alla “spiegazione magica”, 10 ad “altre spiegazioni” e infine 22 non risposte.

    Come si può notare, pochissimi sono ricorsi ad una ipotesi di intervento in collegamento con il mondo magico che il bambino vive e che per questo rappresenta il modo migliore per entrare in comunicazione con lui e con i contenuti a cui fa riferimento. La prevalenza di risposte realistiche in realtà può anche mascherare un forte sentimento di angoscia dell’adulto, che tenta di arginare con i propri razionalismi, e mostra nel contempo una fuga dalle situazioni emotive del bambino quali verrebbero vissute nel coinvolgimento con le sue parole e il suo mondo.

    Forse il maggior pregio di questo item e delle relative sub – domande sta proprio nella capacità che ha mostrato di rappresentare quanto l’adulto prenda le distanze dal problema della morte e dai significati angoscianti che il bambino potrebbe sensibilizzare con la presentazione dei propri bisogni di sapere.

 

 

QUALE SPIEGAZIONE

 

totale

percentuale

spiegazione religiosa

 

92

28,66

spiegazione realistica

 

189

58,88

spiegazione magica

 

8

2,49

altre spiegazioni

 

10

3,12

non risponde

 

22

6,86

Tabella 12

 

 

- quinta domanda

 

    La quinta domanda era finalizzata a verificare quanto l’esigenza di rispondere al bisogno di un’educazione tanatologica fosse sistematica e sistematizzata tra gli insegnanti.

    In realtà, come mostra la tabella 13, le percentuali indicano un risultato deludente: solo un 8,37 dell’intero campione ha riferito di avere con i colleghi scambi di informazione sul tema. Se ne deve quindi desumere che questo non è ritenuto significativamente essenziale all’interno dei progetti educativi per i bambini e si lascia all’improvvisazione ed alla capacità personale ed umana di ciascun insegnante rispondere ai relativi bisogni dei bambini quando questi ne fanno richiesta.

    L’altissimo numero di soggetti che ha indicato di non avere scambi di informazioni sull’argomento o che addirittura non ha risposto al quesito, ben 219 su 239 dell’intero campione, mostra come il problema non venga quasi in nessun modo ritenuto di ordine educativo – scolastico e tendenzialmente nega il bisogno infantile di avere risposte.

 

 

SCAMBIO INFORMAZIONI

 

Totale

percentuale

scambio informazioni si

 

20

8,37

scambio informazioni no

 

213

89,12

non risponde

 

  6

2,51

Tabella 13

 

 

- sesta domanda

 

    I dati della quarta e quinta domanda sono sufficientemente congruenti con quelli della sesta; con questa veniva chiesto ai soggetti di indicare quale fosse la figura idonea a indicare un corretto modo per fornire ai bambini una informazione adatta per l’acquisizione del concetto di morte.

    Come si vede nella tabella 14 più sotto, solo il 9,62 dell’intero campione, ha indicato la categoria degli insegnanti quale figura istituzionale portatrice di contenuti su questo problema. Di conseguenza ritornano valide le osservazioni fatte più sopra a proposito degli esiti alla quinta domanda: una educazione tanatologica non è ritenuta far parte dei compiti istituzionali della scuola e il corpo insegnanti è congruentemente allineato all’Istituzione nel pensiero e nei comportamenti.

    Va sottolineato come sia significativo che venga espressa una delega fatta alla famiglia che, a sua volta, come abbiamo visto valutando la qualità di genitori del campione, è scarsamente sensibile ad essere portatrice di una educazione non tanatofobia, considerando che c’era scarsa correlazione con le risposte alle domande 1^ e 2^.    

 

 

 

 

 

DATO

 

punteggio

percentuale

compito insegnanti

 

23

9,62

compito genitori

 

163

68,20

compito psicologi

 

23

9,62

non risponde

 

29

12,13

Tabella 14

 

 

CONCLUSIONI

 

    Questa ricerca, ideata per avere un quadro della pedagogia con cui si sostiene il bisogno dei bambini si sapere sul fenomeno della morte, è stata rivolta particolarmente alla regione in cui svolgiamo la nostra attività di psicoterapeuti.

    La letteratura, in special modo psicoanalitica, ma anche i mezzi di comunicazione e di informazione, ci hanno abituato ad avere una apparente confidenza con il tema della morte; abbiamo per questo acquisito fiducia e tranquillità esorcizzanti nei suoi confronti; pensiamo che i bambini non abbiano bisogno di sapere, che giunga loro in via naturale la consapevolezza e la conoscenza del morire degli esseri viventi. Tra l’altro essi trascorrono molto tempo persi in trasmissioni televisive e si tende di conseguenza anche a pensare che queste possano supplire un proprio intervento nel fornire loro le informazioni necessarie su tutti gli aspetti dell’esistenza.

    Ma se consideriamo che da un punto di vista fenomenologico – esistenziale la psicopatologia è soprattutto un insieme di accadimenti personali collegati ad una inadeguata collocazione delle angosce per la propria morte, ci accorgiamo che piuttosto diffusamente il problema non è stato affrontato con gli elementi e nei modi che richiedeva; il bambino non è stato fornito al momento opportuno di strumenti per attenuare le proprie angosce del pensiero di morte e correggere meccanismi inadeguati di cui eventualmente si era dotato per farvi fronte.

    La psicopatologia e la pratica quotidiana in psicoterapia ci hanno abituato a trovarci di fronte continuamente alle angosce di morte irrisolte nei nostri pazienti e a tutte le metafore esistenziali costruite nel tentativo di raggiungere il minimo di benessere vitale, spesso inutilmente.

La risposta a qualsiasi domanda ci poniamo su questo non è difficile se riprendiamo le premesse secondo le quali la società occidentale attualmente si costituisce, e modella i propri membri, in base ad una serie di caratteristiche esistenziali e fenomenologiche tra le quali:

1. l’assenza tra gli strumenti educativi di una pedagogia della morte che

    abbia solide basi antropologiche e ideologiche,

2. l’atteggiamento tanatofobico nella famiglia, nell’ambiente e nelle

    istituzioni che determina la carenza di una educazione alla morte,

3. l’incidenza dei processi educativi nel perpetuare sia l’assenza di

    educazione tanatologica, sia l’induzione di aspetti tanatofobici nel

    nel bambino e nell’adulto.

    In base a questi presupposti, quando abbiamo iniziato la ricerca le aspettative erano di veder confermato un atteggiamento consolidato di tanatofobia in funzione del quale vengono accolte con disagio le domande che il bambino pone circa la morte e vengono solitamente fornite risposte evasive o fuorvianti, risposte che non risolvono il bisogno infantile di sapere, ma rinforza le angosce già esistenti con paure che l’adulto gli trasmette.

    In realtà l’analisi dei dati elaborati dal test mostra che la società occidentale attualmente è molto lontana da un modello culturale esistenziale, che contenga sintonicamente realtà del morire e i sentimenti e le angosce che questo processo agisce nelle persone.

    Si confermano di fatto le premesse poiché è stato possibile percepire sia il punto di vista degli insegnanti, quindi della Scuola, l’organismo chiamato a fornire lo sviluppo positivo dei membri della comunità, sia il punto di vista del genitore, considerato che, come abbiamo riscontrato, una larga parte del campione ha uno o più figli. Il campione, infatti, è formato da insegnanti che sono nel contempo genitori con uno o più figli. Alla domanda su chi debba fornire ai bambini conoscenze adeguate sulla morte, gli insegnanti rispondono con la delega alla famiglia, ai genitori. Però il 66% circa di loro sono genitori e considerando le scarse risposte alla prima domanda, se ne desume che anche in questo ruolo non sono stati in grado di rispondere alle richieste poste dai loro bambini.

    La società occidentale dunque tende a nascondere ed a nascondersi la realtà della morte e della propria morte, con artifici che vanno dal semplice ignorare, al negare o, nei casi migliori, al delegarne al tempo ed alle circostanze la presa di coscienza. La comunità diventa un organismo che tenta di autoproteggersi in maniera nevrotica e rinnova la propria posizione e tradizione tanatofobica.

    Per cui le fonti educative si pongono per lo più su una base normativa che tende a negare l’esistenza di una realtà paurosa nel tentativo di evitare l’angoscia che ne consegue; ma il tentativo è destinato a fallire poiché non è certamente ignorandone o negandone le cause che l’angoscia di morte può essere efficacemente contrastata ed eliminata. Nonostante ogni tentativo essa continua ad esistere e ad incidere sulle qualità, modalità e capacità esistenziali di ogni persona fin dalla nascita.

    In un ambito funzionale ed in riferimento agli strumenti educativi, questa ricerca ci porta infine a considerare che il curriculum formativo degli insegnanti ha bisogno di essere integrato di quegli aspetti professionali ed esistenziali necessari per portare ai bambini che sono loro affidati una educazione più rispondente ai fondamenti dell’esistenza: metodicamente e non per iniziativa personale o estemporanea.  

   

 

 

 

 

 

     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Note bibliografiche

 

1. L.D. Regazzo, Adulti che tacciono, Synthesis nr 29.

2. G. Raimbault, Il bambino e la morte. La Nuova Italia, 1978.

3. Canestrari e Campione. Rappresentazione e vissuti della morte,

in Fornari e Adorni TRATTATO ENCICOPLEDICO DI PSICOLOGIA

DELL’ETA’ EVOLUTIVA, Piccin Editore, 1990.

4. Canestrari e Campione, ibidem.

5. G. Raimbault, ibidem.

6. Canestrari e Campione, ibidem.

7. S. Marhaba, Antinomic Epistemologiche, Giunti Barbera.

Firenze 1976.

8. La Manna, Storia della Filosofia Contemporanea.

9. Frankl V.E., Alla ricerca di un significato della vita.

Mursia, Milano 1974.

10. Frankl V.E., Logoterapia e Analisi Esistenziale, Morcelliana,

Brescia, 1977.

11. Frankl V.E., Teoria e terapia delle nevrosi, Morcelliana, Brescia 1978.

 

 

    Questo articolo è stato pubblicato in lingua inglese sul JOURNAL OF THE SOCIETY FOR ESISTENTIAL ANALYSIS, edito da H.W. Colin – S. Du Plock Londra, nel n° 2 – anno 6°, 1995, con il titolo “THE SENSE OF DEATH IN CHILDOOD: AN INVESTIGATION AMONG PRIMARY SCHOOL TEACHERS IN PADUA THE PROVINCE OF VENETO”.

24/02/2012 commenti (0)

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